Un ricordo di Maurice Clavel

Mentre Paolo Flores D’Arcais, dalle colonne di Micromega, lancia anatemi contro il cristianesimo, annoverandolo tra le “malformazioni culturali”, a me piace ricordare in questi giorni un protagonista anomalo del Sessantotto, uno che dall’esperienza delle barricate uscì proprio “malformato”: Maurice Clavel. Chi se lo ricorda?

Il suo nome, per quelli che lo conoscono, è legato al movimento dei cosiddetti “nouveaux philosophes”, in gioventù maoisti e in vecchiaia neo-conservatori o liberal-chic. Ma Clavel, che ha raggiunto l’altro mondo prima di poter constatare il declino della sua generazione (morì nel ’78), non andrebbe ricordato per questo.

In italiano si è tradotto poco di lui: oltre a un romanzo giovanile caduto presto nel dimenticatoio (ignoro se a torto o a ragione), c’è il fulminante racconto della conversione, Ce que je crois (1975, trad. it. Quello che io credo, Città Nuova, Roma 1978), e un pamphlet contro i sacri mostri del pensiero moderno Fichte Hegel Marx Nietzsche, intitolato significativamente Deux siècles chez Lucifer (1978, trad. it. Da Kant a Nietzsche. Il senso religioso della filosofia contemporanea [!], Città Nuova, Roma 1982).

Il suo libro più bello, tuttavia, resta Nous l’avons tous tué (ou ce juif de Socrate), del 1977: dodici lettere provocatorie, indirizzate ai vecchi amici dal buen retiro di Vézelay (beato Clavel), e composte sulla scia dell’adagio di Erasmo Sancte Socrates ora pro nobis. Filosoficamente, è vero, non ci si ricava molto. Ma è a questo libro che personalmente devo la scoperta di un altro francese, uno che dal Sessantotto non si è lasciato nemmeno sfiorare: Pierre Boutang (magari ne riparlerò). E gliene sono ancora grato.

Clavel, del maggio francese, ha dato una lettura interessante sul piano della diagnosi, indicando quel che stava dietro ai proclami della “morte di Dio”, cioè la morte dell’uomo. Era ossessionato da Michel Foucault. Ma sbagliò in una cosa fondamentale, a mio parere: nel voler indicare la fede nuda, senza terra sotto i piedi, come la soluzione a tutti i problemi, soprattutto al problema della cosiddetta “secolarizzazione”. Era chiaro che nessuno l’avrebbe seguito, con queste premesse.

La cosa simpatica, però, è che le sue critiche intra moenia funzionano ancora. Ad esempio la denuncia della subalternità del cattolicesimo alle mode intellettuali, oppure la critica al prassismo, alla fissazione tipicamente cattolica per le “opere”, soprattutto se ben visibili e apprezzate dal mondo. Da buon francese, Clavel sapeva bene che on ne peut pas plaire à tout le monde, che non si può piacere a tutti.

A distanza di anni, così ne parla André Glucksmann, uno degli ex-compagni di cui sopra, ora votato alla causa occidentalista:

«Sono stato molto amico di un intellettuale cattolico francese, un gollista di sinistra, Maurice Clavel. Quando mi battevo per Solgenitsin, mi sostenne e mi appoggiò in modo straordinario. Ricordo un giorno che andai a trovarlo e stava pranzando con un gruppo di preti, molti erano preti “di sinistra”, progressisti, ex preti operai, che avevano aiutato gli algerini. Ero giovane e un po’ insolente, e chiesi se invece di parlare sempre di politica e di Dio, non si potesse per una volta parlare del diavolo. Chiesi se c’era qualcuno che credesse all’esistenza del diavolo: l’unico a rispondere positivamente fu Clavel».

Come nascono le superstizioni colte

Jeffrey B. Russell, Inventing the Flat Earth: Columbus and Modern Historians, Praeger, Westport – London 1991, 160 pp. 

Nel quadro generale di un’archeologia delle certezze moderne, forse non sfigurerebbe un capitolo marginale dedicato all’analisi dei numerosissimi miti della divulgazione giornalistica sul cristianesimo: anche per relativizzare tutte quelle ipotesi storiografiche che, in ossequio alla celeberrima Legge di Lewis (*), vengono spacciate come verità acquisite e indiscutibili, o assurte a luogo comune a tal punto da ingenerare fraintendimenti e distorsioni di ogni genere.

D’altronde, non risulta sempre così facile rintracciare l’origine di certe superstizioni cólte, proprio per la loro diffusione capillare. Un tentativo ben riuscito, in questa direzione, si trova in un libro che mi è capitato fra le mani di recente: Inventing the Flat Earth: Columbus and Modern Historians, di Jeffrey B. Russell.

L’autore cerca di ricostruire la storia del pregiudizio per cui la gente, prima del viaggio di Cristoforo Colombo, avrebbe vissuto nella convinzione che la Terra fosse piatta. Le origini di questo colossale pregiudizio storico, tuttora diffussissimo, vengono individuate in un fortunato ritratto biografico di Colombo, scritto dall’americano Washington Irving (l’autore di Rip Van Winckle), nel 1828. Il romanzo di Irving godette di enorme successo per tutto l’Ottocento, soprattutto in concomitanza con l’espansione delle prime teorie evoluzioniste (testa di ponte, all’epoca, del colonialismo e dell’imperialismo WASP).

Qualunque storico serio, già allora, avrebbe tuttavia potuto obiettare, senza particolari difficoltà, che la sfericità della Terra venne data per scontata sin dall’epoca antica, e per tutto il Medioevo:

«From the fourth century before Christ almost all the Greek pilosophers maintained the sphericity of the earth; the Romans adopted the Greek spherical views; and the Christians fathers and early medieval writers, with few exceptions, agreed. During the Middle Ages, Christian theology showed little if any tendency to dispute sphericity» (op. cit., p. 69).

I cristiani, in questo come in altri casi, si limitarono a proseguire e far proprie le discussioni scientifiche del mondo greco e latino. In epoca tardo-antica, peraltro, si possono segnalare soltanto cinque autori che abbiano messo in discussione la sfericità della Terra: Lattanzio († 345), Teodoro di Mopsuestia († 430), Diodoro di Tarso († 394), Severiano di Gabala († 380 ca.) e Cosma Indicopleuste († 540 ca.). Dei primi tre, precisa Russell, non si ha nemmeno una certezza assoluta (la negazione di Lattanzio, ad es., si ricava da un passo in cui contesta l’esistenza degli “antipodi”); inoltre, dettaglio di non poco conto, soltanto gli ultimi due si appoggiarono a un’interpretazione letteralista di passi scritturistici.

(*) La Legge di C.S. Lewis: «Che sciocco sei! Sono i lettori colti quelli che si possono imbrogliare. La vera difficoltà sono gli altri. Quando mai hai conosciuto un operaio che crede a ciò che dicono i giornali? Parte dal presupposto che fan solo propaganda e quindi salta a piè pari agli articoli di fondo. Compra i giornali per i risultati delle partite di calcio e per i trafiletti sulle ragazze che cadono dalla finestra o sui cadaveri che vengono rinvenuti in qualche appartamento… È lui il nostro problema: dobbiamo cambiargli la testa. Ma le persone istruite, quando leggono le riviste intellettuali, non hanno bisogno che gli si cambi la testa. Credono già a tutto» (tratta dal romanzo Quell’orribile forza, 1949, trad. it. di G. Cantoni De Rossi, Adelphi, Milano 1999, pp. 131-132).

Spie

Le spie come immagine perfetta del nostro tempo. Non quelle di cui parla quel celebre, magnifico saggio di Carlo Ginzburg sui modelli congetturali della storiografia moderna, intitolato appunto Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979, ora in Miti, emblemi e spie, Einaudi, Torino 1986, pp. 158-209). Ma quelle di cui parla Roberto Calasso nel suo romanzo programmatico La rovina di Kasch. Le spie di Calasso sono “spie” dell’innominabile presente:

«Di ciò che è avvenuto fra il 1945 e oggi due storie si possono scrivere: quella degli storici, con tutto il suo macchinoso apparato di parametri, fra cifre, masse, partiti, movimenti, negoziati, produzioni; e quella dei servizi segreti, punteggiata di assassinii, trappole, tradimenti, attentati, mistificazioni, partite di armi. Sappiamo che l’una e l’altra sono insufficienti, che luna e l’altra pretendono di essere autosufficienti, che non potrebbero mai neppure tradursi l’una nell’altra, che continueranno la loro vita parallela. Ma non è forse stato sempre così – almeno da quando il Vecchio della Montagna scagliava i suoi uomini per il mondo? Sì, è stato a lungo così, ma il segreto era allora appunto il segreto… Il segreto non era stato ancora assorbito nei servizi segreti. Perché questo accadesse occorreva attendere gli anni della pura post-storia, come qui si chiama – con nome indigente, che vuole solo segnalare la nostra inadeguatezza dinanzi all’innominabile attuale – l’età che segue il 1945» (cito da La rovina di Kasch, Bompiani, Milano 1989, p. 323).

Calasso considera quella in cui viviamo come un’età compiutamente “gnostica”, ove ad essere annientata, paradossalmente, è proprio la possibilità di conservare intatto il “segreto”:

«“Potere occulto”, “organizzazione segreta”, “trame”, “muovere le fila”, “complotto”, “doppio gioco”: parole, gesti mentali che furono della gnosi, che ancora erano illuminati dalla luce obliqua dei Templari e che oggi designano sequenze di assassinii, imbrogli planetari, ricatti, sopraffazioni. Il crimine assume il calco che fu dell’eresia perenne: della gnosi» (p. 324).

Il «mondo dinanzi a noi», scrive ancora Calasso, è un mondo di «esoterismo manifesto» (pp. 174 e 320), di «esoterismo coatto» (p. 184). Capitalismo e comunismo, come altre opposizioni polari che «i più ritengono dotate di realtà», non sono altro che «forme gemelle e rivali di una sola e identica fede» (p. 287); letteratura e scienza servono al mantenimento di una «immensa officina sacrificale» (p. 182); e così via. Il travestimento supremo della gnosi consisterebbe dunque nel fatto che tutti sono iniziati, ma senza saperlo, e che «molti pensano esotericamente senza averne coscienza». Ma se tutti sono iniziati, non c’è più iniziazione, non c’è più segreto (non c’è mai stato segreto: e questo anzi era il segreto). Resta la mistificazione, la menzogna, la rovina del reale: un gioco di specchi inesauribile, e l’unica possibilità di afferrarlo attraverso la letteratura.

I cristiani nascosti del Giappone

Géraldine Antille, Les chrétiens cachés du Japon. Traduction et commentaire des “Commencements du Ciel et de la Terre”, Labor et Fides, Genève 2007, 112 pp.

Pochi sanno che Hiroshima e Nagasaki, le due città colpite dall’atomica alla fine della seconda guerra mondiale, erano allora i principali centri del cattolicesimo nipponico. Oggi, nel paese del Sol Levante, i cattolici sono circa 400.000. La loro storia, spesso crudelmente travagliata, rimane avvolta nel mistero per lunghi periodi. Le informazioni, in particolare, scarseggiano per quanto riguarda il periodo che va dalle persecuzioni dei secoli XVI e XVII, con l’espulsione dei missionari cattolici e la proibizione di professare la fede cristiana, sino alla fine dell’interdetto, nel 1873. Le prime missioni cattoliche, appoggiate ai traffici commerciali dei portoghesi, giunsero in Giappone tra il 1540 e il 1560.

Verso la fine del Cinquecento, e nonostante la forte opposizione dei buddhisti che premevano politicamente sull’imperatore, si potevano contare già duecento chiese, per un totale di 150.000 fedeli. Ma nel 1657, dopo un cambio di potere al vertice, iniziarono le prime misure repressive, e un doloroso cammino di sangue per i cristiani che intendevano restare tali: chi non abiurava, rischiava infatti di essere crocifisso, decapitato, immerso nell’acqua bollente, sottoposto a torture di ogni genere. Le vittime di questa crudele epurazione furono circa due migliaia.

Tre fattori, purtroppo, contribuirono all’acuirsi della crisi: oltre alle divisioni fra gli stessi predicatori (gesuiti, francescani, domenicani, agostiniani), pesò non poco la strategia gesuitica di evangelizzare le élite, per cui la permissione o proibizione del cristianesimo cominciò a dipendere dalle oscillazioni del potere, e infine l’intreccio fatale tra colonialismo e missioni. Nel quadro della concorrenza fra le potenze europee rivali, poi, non mancarono delazioni e false accuse. I protestanti olandesi, ad esempio, diffusero alcune lettere confezionate ad arte, nelle quali si diceva che i rivali spagnoli e portoghesi, ai cui traffici restavano legate le missioni cattoliche, si sarebbero apprestati ad azioni di conquista ai danni del Giappone. Il risultato fu una persecuzione violentissima, e la chiusura del Giappone alla penetrazione del cattolicesimo.

Alcune comunità di cristiani, tuttavia, sopravvissero in forma clandestina, soprattutto nell’area meridionale di Ikitsuki. Sulla storia nebulosa di queste comunità, sopravvissute fino all’Ottocento, è uscito ora un libro che varrebbe davvero la pena di leggere: Les chrétiens cachés du Japon. L’autrice è una giovane studiosa svizzera, Géraldine Antille. Il libro riporta la prima traduzione integrale (in francese) di un testo utilizzato da queste comunità, e trasmesso inizialmente in forma orale, di padre in figlio, per circa duecento anni: Gli inizi del cielo e della terra, una sorta di riscrittura della Bibbia dove la storia della salvezza, dal racconto della Genesi all’Apocalisse, è filtrata attraverso le categorie culturali del Giappone.

È una lettura stimolante da molti punti di vista, perché contribuisce a far luce non soltanto sulle trasformazioni subite da un cristianesimo costretto a sopravvivere in condizioni estreme, senza pastori né libri di testo, ma anche sulla storia della predicazione cattolica nell’estremo Oriente, parzialmente ricostruibile a partire dai dati conservati oralmente.