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Sono notevoli le pagine che Mario A. Iannaccone ha dedicato a Ronald Stark, nel suo libro Rivoluzione psichedelica. La CIA, gli hippies, gli psichiatri e la rivoluzione culturale degli anni Sessanta (SugarCo, Milano 2008, pp. 330-337). Stark è il personaggio che si presentò con un chilogrammo di LSD al ranch di Idlywild, una delle più importanti comuni lisergiche degli anni Sessanta. All’epoca era forse il più grande narcotrafficante del globo.

Dotato di varie identità, in grado di padroneggiare molte lingue (dal francese al tedesco, dall’italiano al cinese e all’arabo), fu agente d’intelligence e protagonista di operazioni coperte di vario genere, collegate a movimenti di estrema sinistra (per esempio un Communist Party creato ad arte dalla CIA), all’OLP e più tardi alle Brigate Rosse. Il suo profilo giovanile fa pensare a un coinvolgimento nel famigerato programma MK-Ultra.

Stark fu anche amico del poeta e mitografo Robert Graves, e cultore come lui della “Dea Bianca”. Probabilmente conobbe Ron Hubbard, il fondatore di Scientology. Si calcola che nel fiore della carriera riuscì a smerciare almeno cinquanta milioni di dosi di LSD. Il suo progetto era l’“accensione” psichedelica dell’Occidente e dei paesi comunisti, oltre alla liberazione del Tibet dalle truppe cinesi (un punto al quale sembrava tenere moltissimo).

Tra il 1973 e il 1979 fu in Italia, dove ebbe contatti d’affari con Roberto Fiorenzi, tra i sospettati per la strage dell’Italicus. Arrestato a Bologna nel 1975, venne rilasciato dietro cauzione nel 1979. Fece perdere le proprie tracce fino al 1982, quando la polizia olandese lo arrestò per traffico di stupefacenti, rimandandolo senza processo negli Stati Uniti.

Sarebbe morto nel 1984. Troppo tardi per rispondere alle domande del giudice italiano che lo pensava implicato nell’affaire Moro.

Papia e gli Oracoli del Signore

Papia di Hierapolis, Esposizione degli oracoli del Signore. I frammenti, Introduzione, testo, traduzione e note di Enrico Norelli («Letture cristiane del primo millennio» 36), Paoline, Milano 2005, 594 pp.

Di Papia, vescovo di Hierapolis in Frigia (Asia Minore), sappiamo pochissimo. Alcuni frammenti di una sua opera in cinque libri, intitolata Exêgêsis ton logion kyriakôn (letteralmente: Esegesi degli oracoli del Signore), ci sono noti attraverso citazioni di autori che vanno dal II al XIII secolo: fra queste, sono soprattutto quelle fornite da Ireneo di Lione e da Eusebio di Cesarea, le più antiche, ad aver attirato lungamente l’attenzione degli studiosi.

Ireneo definisce Papia «uomo (del tempo) antico», «uditore di Giovanni e compagno (hetairos) di Policarpo», appartenente cioè alla stessa generazione dei «presbiteri che hanno visto Giovanni il discepolo del Signore» (Adv. Haer. 5,33,4). Egli cita pure un detto di Gesù trasmesso da Papia, relativo alla straordinaria fecondità della terra nel Regno messianico dei giusti. Il detto è quasi certamente spurio, ma ci permette di capire per quale motivo Eusebio, nella sua Storia Ecclesiastica, abbia potuto poi qualificare Papia come l’inventore del millenarismo, dottrina escatologica peraltro assai diffusa negli ambienti cristiani del II secolo.

Basandosi su alcune citazioni dai libri di Papia, Eusebio considerava il vescovo di Hierapolis uditore non del Giovanni “discepolo del Signore”, ma di un altro Giovanni, che lo stesso Papia menzionava come facente parte della cerchia dei “presbiteri”, ossia dei discepoli della seconda generazione. Questa distinzione fra i due Giovanni, destinata a suscitare ampi dibattiti in sede storico-esegetica (si pensi al fortunato volume di Martin Hengel sulla “questione giovannea”: Die johanneische Frage. Ein Lösungsversuch. Mit einem Beitrag zur Apokalypse von J. Frey, Tübingen 1993; tr. it. Brescia 1998), risultava funzionale agli interessi apologetici di Eusebio: slegando la composizione del quarto vangelo canonico, attribuita al primo dei due Giovanni, da quella dell’Apocalisse, attribuita invece al secondo, Eusebio poteva infatti svincolare le tesi millenariste (basate proprio su un’interpretazione letterale di Ap 20,1-3) dal contatto diretto con gli apostoli.

Negli stessi frammenti citati da Eusebio, troviamo anche la testimonianza più antica sulla circolazione di tradizioni orali riguardanti Gesù, e sulla composizione dei vangeli di Matteo e di Marco. Marco viene indicato come hermeneutes (interprete, traduttore, redattore) di Pietro, responsabile di una trascrizione priva di “ordine” (taxis) della catechesi di quest’ultimo; Matteo, invece, avrebbe redatto una raccolta di logia in lingua semitica, donde sarebbero state tratte in seguito alcune versioni, in un greco più o meno fedele all’originale.

Nel prologo dell’opera, sempre stando ad Eusebio, Papia avrebbe inoltre riferito di apprezzare maggiormente, rispetto alle testimonianze scritte, la «voce viva e permanente» della tradizione orale, trasmessa di maestro in discepolo (Hist. Eccl. 3,39,1-17).

Da questi pochi cenni, si comprende facilmente come l’analisi critica di tutti i frammenti papiani – desumibili di volta in volta da Ireneo, Eusebio, Ippolito, Apollinare di Laodicea e altri ancora – risulti imprescindibile per chiunque intenda occuparsi di questioni legate alla nascita dei vangeli e alla vita delle prime comunità cristiane, da un punto di vista storico, letterario o dottrinale.

L’impresa è stata condotta ora, con notevole perizia, da Enrico Norelli, docente di Storia del cristianesimo presso la Facoltà di Teologia protestante di Ginevra. Norelli – al quale già dobbiamo, fra l’altro, un magistrale commento all’Ascensione di Isaia (comparso nel 1995 per i tipi di Brepols, Turnhout) e una Storia della letteratura cristiana antica con Claudio Moreschini (Brescia 1995-1996) – non è nuovo all’interesse per Papia. Ci sembra utile, in proposito, rimandare il lettore a un precedente studio che contiene in forma embrionale alcune delle considerazioni qui sviluppate: Le statut des textes chrétiens de l’oralité à l’écriture et leur rapport avec l’institution au IIe siècle, in E. Norelli (ed.), Recueils normatifs et canons dans l’Antiquité. Perspectives nouvelles sur la formation des canon juif et chrétien dans leur contexte culturel, Lausanne 2004, pp. 147-194 (su Papia, in particolare, le pp. 157 e seguenti).

Il volume di Norelli sui frammenti di Papia si presenta suddiviso in tre sezioni.

La prima è costituita da un’ampia introduzione, divisa in cinque capitoli: «In frammenti» (pp. 13-29); «Chi era Papia?» (pp. 30-58); «I libri di esegesi degli oracoli del Signore» (pp. 59-112); «Le fonti di Papia» (pp. 113-138); «Papia nel processo di formazione del cristianesimo» (pp. 139-153).

Segue una presentazione dei brani individuati, per un totale di 26 frammenti: per ciascuno di essi viene offerto il testo in lingua originale, la traduzione, una breve nota introduttiva e un commento dettagliato attraverso le note. Fra le novità di questa raccolta, va segnalata l’aggiunta di due frammenti (21 e 22, provenienti da Giovanni di Dârâ, traslitterati e tradotti dal siriaco a cura di Monica Casadei): pur non aggiungendo sostanzialmente nulla di nuovo (se ne dimostra infatti la dipendenza da altri), erano stati sempre esclusi dalle raccolte precedenti.

Una terza sezione, strutturata in forma di appendici, è invece dedicata all’approfondimento di alcune questioni particolari, con utili addentellati bibliografici; oltre a una tabella comparativa che riporta la numerazione dei frammenti di Papia nelle principali collezioni (da quella di Routh, risalente al 1846, sino a quella curata da Lightfoot/Harmer/Holmes, del 1989), l’Autore discute in modo più specifico i seguenti argomenti: «Tentativi di identificare altri frammenti di Papia» (pp. 504-530), «I frammenti dei presbiteri in Ireneo» (pp. 531-536), «Chi sono i presbiteri di Papia?» (pp. 537-547), «Hermêneia e i termini apparentati nei passi di Papia riportati da Eusebio» (pp. 548-559).

In fondo al volume, il lettore può contare infine su una serie di indici: scritturistico, onomastico e analitico. Data la complessità del lavoro, non possiamo che limitarci a una discussione della parte introduttiva, facendo ovviamente riferimento, laddove risulti necessario, alla spiegazione dei singoli frammenti e agli approfondimenti in appendice.

Nel primo capitolo dell’Introduzione (pp. 13-29), Norelli propone alcuni interrogativi, anche di natura metodologica. Si parte dalla constatazione che la perdita di un’opera significativa come quella di Papia non può essere imputata sbrigativamente a ragioni di ordine dottrinale, com’è accaduto per altri testi dell’antichità cristiana, alcuni sopravvissuti solo in versioni “normalizzate” o grazie alla conservazione in ambienti svincolati all’influsso dell’ortodossia: il panorama che si presenta di fronte allo storico risulta sì composto da «relitti», ma la condanna per eterodossia non fu la sola causa di questo «immenso naufragio».

Molte opere scomparse nel tempo – osserva puntualmente Norelli – «erano semplicemente legate a circostanze che persero di attualità, come i numerosi scritti polemici contro il montanismo prodotti negli ultimi decenni del II secolo, oppure come le apologie che nel II secolo difendevano il cristianesimo, religione ancora illecita, dai pregiudizi e dagli attacchi altrui. Questo fu probabilmente il caso dell’opera di Papia, che raccoglieva tradizioni su Gesù e sui suoi discepoli le quali dovettero parere in parte superate, in parte sospette (perché difformi) dopo che l’area delle tradizioni normative su Gesù e sulla prima generazione cristiana fu definita con la canonizzazione dei libri che formarono il Nuovo Testamento» (pp. 15-16). Tale canonizzazione, che fu notoriamente un processo lungo e complesso, non impedì comunque l’utilizzo privato di molte opere, o la loro fruizione (e trasformazione) in altri ambiti, ad esempio in quello liturgico.

Qual è allora il primo problema che si pone allo studioso che voglia seriamente “editare” Papia? Sicuramente quello dei criteri da adottare per la scelta e la presentazione dei singoli brani, alcuni dei quali non trasmettono nemmeno citazioni letterali dell’opera, ma si limitano a fornire informazioni indirette, talune persino di seconda o di terza mano. Seguendo l’esempio delle raccolte curate da Hübner/Kürzinger e da Körtner, Norelli ha scelto di riprodurre tutte le testimonianze possibili, verificandone di volta in volta l’autenticità, ossia la plausibilità che esse trasmettano informazioni valide per la ricostruzione storica del personaggio e dell’opera (e non per la storia della sua ricezione). Anche per questo motivo, la disposizione dei frammenti segue l’ordine cronologico dei tradenti: di fatto, qualunque tentativo di disporre i brani secondo un supposto ordine originario sarebbe risultato del tutto congetturale.

Ma chi era Papia? A questa domanda si cerca di rispondere nel secondo capitolo (pp. 30-58), prima di tutto con la discussione di alcune proposte cronologiche. Per quanto concerne le date di nascita e di morte, è impossibile una precisione assoluta: per la prima vengono indicati gli anni 60-70, per la seconda l’oscillazione è maggiore, fra il 120 e il 160. Una discussione articolata di tutte le testimonianze potrà condurre a una datazione meno approssimativa soltanto per la stesura dei cinque libri dell’Esposizione, che viene collocata da Norelli fra il 110 e il 120.

Il terminus ante quem è fornito ancora una volta da una notizia di Eusebio, che segnala già attivo a Hierapolis un altro vescovo (Claudio Apollinare), nel 170. Un frammento contenuto nel Codice Barocciano 142, della Bodleian Library di Oxford (fr. 10, pp. 364-383), ci informa del fatto che Papia avrebbe scritto di alcune persone che, risuscitate da Cristo, erano ancora vive al tempo dell’imperatore Adriano (117-138); questo periodo è definito nella citazione di Papia come «nostri tempi»: ciò spingerebbe a collocare la stesura del passo originale ben addentro nel regno di questo imperatore, e non successivamente, come aveva ipotizzato in passato Harnack (cf. però le note 3-6 al fr. 10, pp. 369-383). Il limite post quem più sicuro, invece, è rappresentato dalla composizione dei vangeli di Marco e di Matteo, della cui origine Papia discute, oltre che dalla presenza di citazioni 1Gv e 1Pt, testi che al più tardi rimontano al principio del II secolo.

Pur essendo spesso inserito nel novero dei cosiddetti Padri apostolici, Papia non avrebbe avuto, a detta di Norelli, un contatto diretto con gli “apostoli” (il termine stesso non ricorre mai nei frammenti a nostra disposizione): nondimeno, possiamo esser certi del fatto ch’egli si considerasse un fedele continuatore delle tradizioni apostoliche.

A un’analisi complessiva dei cinque libri di Papia è consacrato il terzo capitolo (pp. 59-112). Il primo enigma da sciogliere è rappresentato dal titolo dell’opera. Qual è il senso da attribuire all’espressione logia kyriaka? Queste sono le principali proposte di traduzione, passate in rassegna da Norelli: parole di Gesù (F. Schleiermacher, 1832; H.J. Holtzmann, 1863); collezione di testimonia, cioè di passi biblici indicati dai primi cristiani come profezie su Cristo e sulla Chiesa (J. Gregory, 1894; J. Rendel Harris, 1916-1920); oracoli, ossia enunciati autorevoli di origine divina (H.J. Lawlor, 1922; R. Gryson, 1965); Sacre Scritture, o addirittura vangeli canonici (J.B. Lightfoot, 1889; T. Heckel, 1999); parole del Signore desunte dai vangeli canonici, ma anche dalla tradizione orale (A.D. Baum, 2000), o solamente da quest’ultima (T. Zahn, 1866); narrazioni relative al Signore (T. Kürzinger, 1979).

A tutte queste proposte, dopo attenta analisi, l’Autore preferisce quella avanzata da U.H.T. Körtner (1998), che intende i logia kyriaka come “detti e fatti” del Signore. Nei passi citati da Eusebio, in effetti, il termine logia può indicare anche materiali narrativi, come il vangelo di Marco, e appare in ogni caso distinto da logoi (Hist. Eccl. 3,39,9-10.14).

Anche la parola exêgêsis, all’epoca di Papia, doveva designare qualcosa di più di un semplice “commento” o di una “spiegazione”. Stando a Norelli, il termine indicava «l’insieme delle operazioni definite hermêneiai», esposizioni organizzate di materiale preesistente, riguardante Gesù e il suo messaggio: «per Papia non si trattava comunque di commentare una tradizione che avesse assunto forma fissa in uno o più scritti riconosciuti come autorevoli, bensì di fornire una nuova presentazione della tradizione, il più possibile comprensiva» (p. 95; cf. pp. 548-559).

Questo conduce inevitabilmente alla questione dell’intentio auctoris di Papia, che si mostra polemico nei confronti di alcuni esponenti della tradizione di/su Gesù, biasimati con l’accusa di «parlare molto» e di trasmettere «precetti estranei», ma non meglio identificabili (vd. pp. 95-105). L’operazione di exêgêsis compiuta da Papia implicò probabilmente «un complesso lavoro di redazione, che andava dalla selezione alla formulazione linguistica delle singole unità testuali, alla disposizione del materiale, la quale doveva corrispondere a un progetto che purtroppo ci è impossibile ricostruire» (pp. 90-91).

Tre categorie di elementi vi trovarono posto: a) “detti e fatti” del Signore (come nel fr. 1, con il detto “millenarista” riferitoci da Ireneo, Adv. Haer. 5,33,3-4, discusso alle pp. 174-203); b) hermêneiai di tali detti e fatti, o addirittura di brani biblici messi in relazione con Gesù (è quanto si desume dai frammenti 12b e 16, tratti rispettivamente da testi di Andrea di Cesarea e di Anastasio Sinaita, pp. 392-411 e 428-433); c) tradizioni particolari, riguardanti personaggi della prima generazione cristiana (ad esempio nel celebre fr. 6, sulla morte di Giuda, trasmesso da Apollinare di Laodicea, pp. 336-350).

Lo studio della tradizione delle parole di Gesù, allargatosi in questi ultimi anni dall’ambito dei vangeli che saranno poi dichiarati canonici a quello di tutte le testimonianze protocristiane, ha in effetti dimostrato l’esistenza e la circolazione di un vasto numero di tali parole (come pure di piccole unità narrative), che venivano selezionate, elaborate e comunicate in forme diverse, a seconda delle esigenze. È un peccato che Norelli abbia appena abbozzato la questione di un possibile carattere altamente formalizzato dei fenomeni di trasmissione orale (vd. le note 7,24,31 e 32 al fr. 5: pp. 253-256; 299-301; 313-329), con particolare riferimento alla pratica giudaica del meturgeman, il mediatore-traduttore dei testi sacri nel contesto liturgico (pp. 551 sgg.). Prendendo le mosse da qui, sarebbe stato interessante un confronto con quell’ampio e controverso filone di studi che ipotizza l’impiego di particolari tecniche mnemoniche, analoghe a quelle testimoniate dalla letteratura rabbinica seriore, nella conservazione e diffusione delle tradizioni evangeliche.

Assai fecondo, invece, si rivela il parallelo con altri progetti letterari, ad esempio col vangelo di Luca, il cui prologo testimonia d’altronde, al pari di Papia, la preoccupazione di «connettere la tradizione di Gesù con i suoi portatori, legando insieme fedeltà teologica e continuità storica» (p. 112).

La discussione sulle fonti occupa il quarto capitolo dell’introduzione (pp. 113-138): si tratta di un problema spinosissimo, anche perché la semplice menzione dei vangeli di Matteo e di Marco, nei frammenti eusebiani, non permette di stabilire in quale misura Papia vi abbia attinto. Il truce racconto della morte di Giuda, che abbiamo già citato, sembra infatti ignorare la versione dell’episodio fornita in Mt 27,3-5: una prova in più, forse, per confermare la notizia dello stesso Papia sull’esistenza di molteplici versioni di questo vangelo.

Si è lungamente dibattuto anche sulla possibilità che Papia conoscesse il quarto vangelo, al di là delle notizie leggendarie che lo vogliono scriba dell’evangelista Giovanni (vd. fr. 20, pp. 448-471): dopo aver soppesato attentamente alcuni argomenti di critica interna (frequenza di termini giovannei, confronto fra l’elenco dei “discepoli del Signore” in Papia e nel quarto vangelo canonico, etc.), Norelli è costretto ad ammettere che una decisione appare «estremamente difficile». Qualunque ipotesi possibilista dovrà comunque confrontarsi con la questione dei due Giovanni, a riprova del fatto che, se l’opus magnum di Papia si fosse conservato, avremmo presumibilmente la chiave per risolvere questo grande enigma delle origini (come già osservato da Hengel).

Riguardo invece a una conoscenza da parte di Papia dell’opera lucana, Norelli appare scettico: a questo punto, però, sarà difficile sottrarsi all’impressione che il silenzio su Paolo, pur nei pochi frammenti disponibili, sia innocente e non intenzionale. Resta infine da considerare il ruolo di quelli che Papia definisce “presbiteri”, i portatori della tradizione orale (cf. soprattutto le appendici III e IV, pp. 531-547). Le affermazioni papiane vanno in tal modo accostate a quelle di Ireneo e di Clemente Alessandrino.

Nei termini in cui si è espresso Papia, la funzione dei presbiteri implicava certamente il primato della tradizione orale sulla fissazione scritta. Ciò concorda, almeno in parte, con il ruolo dei presbiteri in Clemente, laddove si dice che essi «non scrivevano, perché non volevano occupare il tempo destinato al compito di insegnare la tradizione con la cura dello scrivere… Il deposito affidato ai presbiteri, parlando per mezzo della scrittura, si avvale di chi scrive come di un aiuto, perché a loro volta i futuri lettori lo trasmettano» (Ecl. Proph. 27, 1-4: versione di C. Nardi). Richiamandosi a un’intuizione di Bossuet, Norelli affianca allora i presbyteroi ai didaskaloi, ai “maestri” le cui interpretazioni venivano probabilmente trasmesse all’interno di particolari forme istituzionali, «seguendo dei “programmi” di insegnamento e di progresso spirituale» (p. 137). Sarebbe interessante applicare queste argomentazioni, riferibili ad ambienti del II secolo, a una rilettura del quadro offerto da alcuni documenti del I secolo.

Con il quinto capitolo dell’Introduzione (pp. 139-153) si giunge finalmente al cuore della proposta ermeneutica di Norelli: Papia apparterrebbe a una fase del processo formativo del cristianesimo in cui la tradizione orale veniva ancora considerata come il criterio di legittimazione degli scritti. Egli «conosce delle raccolte scritte, ma non dà nessun segno di considerarle normative, anzi mette il dito sui loro limiti, che esigono una giustificazione; egli la fornisce, ma ricorrendo alla tradizione orale ricevuta dei presbiteri» (p. 139): un apparente paradosso, dato che persino Papia si applica a una messa per iscritto.

La sua opera, pertanto, può essere considerata come il segnale di una vera e propria «crisi della memoria». I testimoni oculari e auricolari del Cristo sono morti, quanti hanno potuto accostarli (come il presbitero Giovanni, o il non altrimenti noto Aristione) stanno scomparendo, e il contesto missionario va progressivamente allargandosi, in modi spesso disarticolati e sempre meno controllabili. La datazione dell’opera di Papia al 110-120 – argomenta l’Autore, rifacendosi alle categorie di Jan Assmann – «corrisponde bene a quella misura del saeculum, al di là del quale la “memoria comunicativa”, comune alle persone di una determinata generazione (…), si cancella per lasciare il posto a una fascia indistinta e poi, più indietro di questa, a una zona di “ricordi” precisi, ma che in realtà sono una costruzione: quella “memoria culturale” che fonda l’identità del gruppo» (p. 141). A ciò si aggiunga la minaccia delle «molte chiacchiere» e dei «precetti estranei», e si avrà più chiaro il quadro in cui si trova ad agire Papia: un quadro in cui risulta ancora assente, o non predominante, un modello univoco di controllo normativo.

La soluzione di Papia, conclude Norelli, passa attraverso «la valorizzazione delle figure dei discepoli di Gesù e dei loro discepoli e successori, i presbiteri, come portatori della tradizione autentica e al tempo stesso del carisma proveniente da Gesù» (p. 145), ma è destinata fatalmente a restare un «binario morto». Di lì a poco, a causa del richiamo continuo dei gruppi gnostici a tradizioni segrete trasmesse di maestro in discepolo, Ireneo si vedrà a costretto a elaborare un modello di legittimazione diverso: non più fondato sulla sola oralità, ma sulla successione episcopale e sulla fissazione di un canone di testi scritti. L’appello alla tradizione si sposterà quindi al livello del sistema, «cioè dei criteri fondamentali che dovevano costituire i presupposti e l’orizzonte d’interpretazione dei testi» (p. 143): in luogo della catena maestro-discepolo, divenuta ormai arbitraria e ingestibile, l’istituzione episcopale; e in luogo della «voce viva», il legame comprovato di uno scritto con l’autorità apostolica.

Per concludere la nostra presentazione, in merito all’analisi dei singoli brani, segnaliamo soltanto alcune delle nuove interpretazioni che vengono avanzate da Norelli: delle fonti che attribuiscono a Papia la notizia del martirio di «Giovanni il teologo e di Giacomo suo fratello» (fr. 10, contenuto nel Codice Barocciano 142, pp. 364-383); del confronto fra versioni greca e armena del passo di Papia relativo alla caduta degli angeli e del satana (fr. 12, dal Commento all’Apocalisse di Andrea di Cesarea, pp. 392-411); dei frammenti secondo i quali Papia avrebbe discusso del «paradiso» (fr. 13, dagli Scolii sulla Gerarchia celeste di Dionigi Areopagita, di Giovanni di Scitopoli, pp. 412-417; fr. 15, dalle Contemplazioni anagogiche sull’Esamerone di Anastasio Sinaita, pp. 428-433).

Considerata la straordinaria ricchezza del volume, possiamo quindi affermare ch’esso sembra destinato ad occupare un posto di rilievo, nella pur vastissima bibliografia su Papia: non soltanto per l’intelligente acribia dell’indagine, ma anche per il suo prezioso tenore “dialogico”, capace di integrare prospettiva letteraria e prospettiva storica, erudizione e capacità di sintesi. Questo lavoro costituirà indubbiamente un punto di passaggio obbligato, per lo studioso e per il semplice lettore che vorranno esplorare, in profondità, il territorio intricato delle origini cristiane.

[Recensione apparsa in “Rivista Biblica” 54/4 (2006), pp. 481-488]

La solitudine di Mozart

«Anche Elias prende a parlare di Mozart incominciando dalla fine; ma non per contristarci con avvelenamenti, commissioni iettatorie e fosse comuni, bensì per l’impazienza di dirci in tutta franchezza la sua opinione sulla causa ultima di quella morte: Mozart, in definitiva, morì per lo svuotamento di significato della propria vita, per la perdita delle due ragioni di vita cui teneva di più, “l’amore di una donna cui affidarsi e l’amore del pubblico viennese per la sua musica”. A questo referto, morte per mancanza di amore, si accompagna poco oltre l’idea che il senso generale della musica di Mozart sia una grande “richiesta di amore”, un continuo tentativo di ottenere amore da parte di un artista che fin dall’infanzia ha sentito un incessante bisogno di essere amato. Il lato tragico dell’esistenza di Mozart è in questo centro: dopo essersi prodigato per conquistare l’amore di altri esseri umani, accorgersi che non aveva l’amore di nessuno, nemmeno di se stesso».

Così Giorgio Pestelli, nell’introduzione all’edizione italiana di Norbert Elias, Mozart. Sociologia di un genio (Il Mulino, Bologna 1991, p. 9).

È un po’ la fine del Settecento, di un Settecento. Perché ne conosco almeno tre: quello del Wilhelm Meister, quello della Nouvelle Justine e quello del Flauto Magico. Vale a dire il Settecento di Goethe, dell’uomo che rinuncia alla grazia, guidato dai saggi della Torre, per diventare utile. Il Settecento di Sade, che rinuncia all’Essere per diventare inutile, oggetto di scambio e di stupro infiniti, profeta di prostituzione universale. E il Settecento di Mozart, che non rinuncia a nulla e che desidera tutto, per diventare uomo.

L’unico dei tre che non sbocchi nel funesto Ottocento, nel furioso Novecento, nel nostro affannoso Duemila. L’unico che parta da una domanda, non da una risposta a quella domanda. «Dopo essersi prodigato…», resta per un istante solo e muto, faccia a faccia con il dono, il proprio dono, un dono donato. A un passo dall’uomo sulla Croce, verrebbe da dire.

Gnosi e gnosticismo: appunti per una definizione

[Nota: Ho elaborato questi appunti per il sito letterepaoline.net, nel dicembre del 2008. In seguito, una versione riveduta di essi è apparsa nel sito de Il Covile, la bella rivista online diretta da Stefano Borselli. Oggi scriverei qualcosa di molto diverso: tenendo conto, per esempio, delle recenti proposte teoriche avanzate da studiosi come Karen King o Michael Allen Williams; confrontandomi con altre proposte di definizione di gnosi (per esempio quella, che mi pare importantissima, di Jonathan Z. Smith); ma soprattutto contestualizzando in maniera critica la lunga, troppo lunga e problematica citazione finale, che non andava lasciata senza commento.]

1. Verso una definizione storica

Non è facile fornire una definizione univoca di “gnosi”. Il termine, notoriamente, deriva dal greco gnôsis, “conoscenza”, e viene spesso impiegato per designare un insieme composito di dottrine, di natura mistico-sapienziale e iniziatica, che sarebbe stato condiviso da alcuni movimenti religiosi definiti appunto “gnostici”, sorti in epoca tardo-ellenistica nelle zone mediorientali dell’Impero romano.

L’etichetta include sistemi diversissimi fra loro, dei quali in realtà sappiamo ben poco. La ricostruzione storica dello gnosticismo, almeno fino al ritrovamento della biblioteca di Nag Hammadi (1945), è dipesa infatti in massima parte dall’esame di testimonianze polemiche, tratte dalle opere dei grandi eresiologi cristiani dell’antichità (principalmente: Ireneo di Lione; Clemente di Alessandria; Origene; l’autore dell’Elenchos; Epifanio di Salamina; ma anche autori non cristiani come Porfirio, e altri). Pertanto, c’è chi propone addirittura di rifiutare, in sede storico-scientifica, l’utilizzo stesso del termine “gnosticismo”, per il semplice fatto che molti autori, attualmente annoverati fra gli “gnostici”, non si designarono mai come tali (vd. J.-D. Dubois, M. Tardieu, Introduction à la littérature gnostique, Cerf, Paris 1986, pp. 21-37).

Le testimonianze dirette, come si è detto, sono piuttosto scarse. Una gran massa di testi è andata perduta. Ma non è esclusa la possibilità di scoprirne altri, rispetto a quelli che possediamo al momento. Un po’ come è accaduto per il famigerato Vangelo di Giuda, sul quale avevamo soltanto scarne informazioni. Un domani, chissà, potrebbero spuntare dalle sabbie il Vangelo dei quattro punti cardinali, citato dal vescovo Maruta († 420) nel suo De Sancta Synodo Nicaena, o il Libro dei Simoniani menzionato dalle Costituzioni apostoliche (6,16).

Il dibattito sulla “gnosi” è apertissimo, e si presenta estremamente ramificato. Anche per quel che riguarda le origini stesse dello gnosticismo: si va dagli ormai sparuti difensori dell’ipotesi di A. von Harnack, che nel secolo scorso interpretò la “gnosi” come un episodio di “ellenizzazione acuta” del cristianesimo, fino a quanti suppongono al contrario un’origine orientale e giudaica, non ellenica o cristiana, per questo fenomeno: la religiosità degli gnostici si sarebbe basata, secondo costoro, sull’affabulazione mitica e sull’indagine misteriosofica, più che sulla speculazione filosofica (in proposito, si leggano gli studi di G. Stroumsa, Hidden Wisdom: Esoteric Traditions and the Roots of Christian Mysticism, Brill, Leiden-New York-Köln 1996).

Gli storici parlano sia di pre-gnosticismo, in base alla pre-esistenza di temi e motivi che confluiranno solo in seguito nei sistemi gnostici, sia di proto-gnosticismo, in base all’esistenza di correnti (apocalittica giudaica, Qumran, mondo iranico, platonismo e orfismo, etc.) in cui si troverebbero già tutti gli elementi assiali dei sistemi del II secolo: per un bilancio della questione, si può consultare il volume di E. Yamauchi, Pre-christian Gnosticism: A Survey of the Proposed Evidences, Wipf & Stock, Grand Rapids-London 1983.

Una distinzione molto utile, quella fra “gnosi” e “gnosticismo”, è stata abbozzata nel corso di un Colloquio di studi tenutosi in Italia, a Messina, nel 1966:

«Per evitare un uso indifferenziato dei termini gnosi e gnosticismo, sembra utile identificare, con la cooperazione dei metodi storico e tipologico, un fatto determinato, lo “gnosticismo”, partendo metodologicamente da un certo tipo di sistemi del II secolo d.C. (…). Lo gnosticismo delle sètte del II sec. implica una serie coerente di caratteristiche che si possono riassumere nella concezione della presenza nell’uomo di una scintilla divina, che proviene dal mondo divino, che è caduta in questo mondo sottomesso al destino, alla nascita e alla morte, e che deve essere risvegliata dalla controparte divina del suo Io interiore per essere finalmente reintegrata» (Le origini dello gnosticismo. Colloquio di Messina 13-18 aprile 1966, cur. U. Bianchi, Brill, Leiden 1967, pp. XX-XXII).

Non ogni “gnosi”, quindi, può essere considerata “gnostica” (autori decisamente ortodossi, come Clemente Alessandrino o Massimo il Confessore, parlano tranquillamente di una “gnosi” cristiana). I tratti salenti dello “gnosticismo”, esposti schematicamente, sarebbero allora i seguenti: a) la presenza di un complesso schema mitologico-cosmologico fondato sull’idea di “caduta” (rottura originaria di un ordine divino del cosmo, talora coincidente con la creazione del mondo sensibile ad opera di un demiurgo), cui corrisponderebbe sul piano antropologico b) un acceso dualismo tra mondo materiale e mondo spirituale e c) l’idea di un patrimonio sapienziale esclusivo, trasmissibile per via esoterica, in grado di condurre il gruppo ristretto che lo possiede alla salvezza e alla liberazione dai lacci della vita carnale.

Un ulteriore tratto, tipico delle dottrine gnostiche, è ravvisabile nella mescolanza di elementi provenienti da tradizioni religiose eterogenee, spesso amalgamati senz’alcuna pretesa di coerenza. Molto frequente, infine, è una rigida classificazione dell’umanità secondo tre categorie: gli spirituali (o pneumatici, ossia coloro che posseggono la “gnosi” e sono già redenti), gli psichici (ossia gli uomini che, con l’aiuto dei “perfetti”, possono accedere alla “gnosi”) e gli ilici (nei quali predomina la hyle, cioè la materia, e che perciò sono destinati alla dissoluzione). Oltre al consueto richiamo ad insegnamenti nascosti, che sarebbero stati impartiti segretamente a personaggi della storia biblica o delle origini cristiane.

Tutte queste caratteristiche, con le dovute variazioni, si ritrovano lungo l’arco della storia religiosa occidentale, in vari movimenti marginali, dall’antichità sino all’epoca moderna. Per saperne di più, si potranno leggere i seguenti volumi introduttivi, facilmente reperibili per il lettore italiano: I.P. Couliano [Culianu], I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno, trad. it., Jaca Book, Milano 1989; G. Filoramo, L’attesa della fine. Storia della gnosi, Laterza, Roma-Bari 1983; H.C. Puech, Sulle tracce della Gnosi, trad. it. Adelphi, Milano, 1985. Da maneggiare con cautela, invece, sono le pagine divulgative ma assai poco equilibrate di Elaine Pagels. Fra le raccolte di testi gnostici in traduzione, si possono segnalare quelle approntate da L. Moraldi (cur.), La Gnosi e il mondo: raccolta di testi gnostici, TEA, Milano, 1988, e da M. Simonetti (cur.), Testi gnostici in lingua greca e latina, Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori, Milano 1993.

2. Verso una definizione storico-filosofica

Il termine “gnosi”, per sua natura sfuggente e bisognoso di chiarimenti, è oggi reso ancor più problematico dalla disinvoltura con cui viene impiegato in ambito filosofico, soprattutto a partire da modelli interpretativi certamente fecondi, ma non privi di una qualche ambiguità. Tra i casi più lampanti possiamo citare quello di Hans Jonas, che per primo ha proposto di leggere fenomeni moderni, come l’esistenzialismo e il nichilismo, alla luce delle antiche dottrine gnostiche (cfr. ad es. Lo gnosticismo, trad. it. SEI, Torino 1991, pp. 335-355); o di Jacob Taubes, che da Jonas ha tratto l’idea di far interagire il potenziale sovversivo della gnosi tardo-antica con alcune strategie filosofiche del mondo contemporaneo, operando un continuo e aporetico passaggio da un piano “storico-genealogico” a un piano “strutturale” (vd. Messianismo e cultura. Saggi di politica teologia e storia, trad. it. Garzanti, Milano 2002, pp. 223-253 e pp. 311-400).

Sia Jonas che Taubes condividono l’idea che la “gnosi”, nel suo contesto originario, abbia rappresentato sostanzialmente un grido di protesta nei confronti di un mondo dominato dal fatum o dal nomos – un mondo che, nello stile mitologico dei movimenti gnostici, veniva percepito come soggetto al funesto dominio di potenze ostili, ad esempio nella forma di un rigido determinismo astrologico.

Ora, l’immagine del mondo, così come si sarebbe configurata in epoca moderna nei vari “miti” del sapere scientifico o della tecnica, avrebbe nuovamente ottenuto, in quanto totalità, una compiutezza di questo genere: massimamente con il determinismo della scienza o delle ideologie politiche, contro il quale, dal romanticismo in poi e con differenti configurazioni, si sarebbe quindi organizzata la protesta delle arti. Secondo Taubes, in particolare, questa rinnovata reazione “gnostica” del mondo moderno sarebbe inevitabilmente nichilista, dato che, pur mantenendo lo sguardo sulla negazione dell’Ordine, non riuscirebbe a raggiungere un appiglio trascendente da cui giudicarlo.

Queste intuizioni di Jonas e Taubes, seppure con premesse ed esiti del tutto diversi, trovano riscontro anche nell’analisi di altri pensatori contemporanei, che hanno avuto il pregio di riflettere sul tema con un maggiore distacco critico. È il caso, ad esempio, di Eric Voegelin, che ha impiegato la chiave “gnostica” per interpretare tutta la vicenda politico-filosofica del mondo moderno (e non soltanto la reazione ad esso: si vedano i saggi Wissenschaft, Politik und Gnosis, München 1959, e, in trad. it., Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, Rusconi, Milano 1970); o dell’italiano Emanuele Samek Lodovici, autore di un prezioso volume sui riverberi della “gnosi” nella cultura contemporanea (Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, Ares, Milano 1979).

Entrambi gli autori qualificano col termine “gnosi” una sorta di micidiale avversario della visione classico-cristiana del mondo. È sintomatico, in tal senso, che gli unici due miti partoriti in modo assolutamente originale dalla modernità siano stati allora quelli di Faust e del Golem: due sfide lanciate alla potestà creativa di Dio e alla razionalità metafisica, in nome di un’auto-fondazione simbolica dell’umano. In proposito, qualcuno ha suggerito di guardare alla “gnosi” moderna come al risultato di un’esperienza “orfica”. Come ha fatto notare Vittorio Mathieu:

«Qual è, infatti, la colpa di Orfeo? È di compiere il suo atto prima che Euridice abbia raggiunto la superficie della terra; dunque, prima che sia stata colpita dai raggi del sole, cioè da una luce che dà naturalmente la vita. Ciò che l’intelletto vede – e sia pure l’intelletto di un vate – dev’essere anzitutto vivificato da un’altra luce. Euridice non tornerà alla luce senza essere ritornata natura. L’intelletto non cancella la differenza tra la vita e la morte, e a render vive le ombre non basta lo sguardo» (La voce, la musica, il demoniaco, Spirali, Milano 1983, p. 10).

Il demoniaco dell’arte moderna, cui è dedicata la fine analisi di Mathieu, consisterebbe allora in una tentazione intellettuale, demiurgica: punto di arrivo ideale di una simile operazione sarebbe la cancellazione della differenza tra ciò che è artificiale e ciò che è reale. Semplificando il discorso di Mathieu, potremmo quindi affermare che appaiono operanti, nel mondo moderno e contemporaneo, due “gnosticismi” estetici, apparentemente di segno opposto:

Il primo, che potremmo definire “prometeico”, tenderebbe all’identificazione piana di linguaggio e realtà. Come nella parabola del musicista Adrian Leverkühn, protagonista de Il Doctor Faustus di Thomas Mann, a dominare in esso sarebbe una sorta di pelagianesimo estetico: «la presunzione di produrre noi la natura per farne il veicolo della salvezza, in luogo di attendere l’ispirazione come una grazia, e di accettare con umiltà quello che ci viene dato» (ibid., p. 55). La tentazione di Leverkühn è demiurgica, mira alla sovranità sull’esistente attraverso la ricostruzione intellettuale della realtà con la musica, in particolare con la sua estrema “razionalizzazione”, offerta dal sistema dodecafonico, che rappresenterebbe un superamento della barriera tra artificiale e naturale, «l’ambiguità elevata a sistema» (come osservava lo stesso Mann, ne Il Doctor Faustus, trad. it. Mondadori, Milano 1968, p.68). Ma se nel Faust di Goethe la tentazione di Mefistofele non garantiva una reale possibilità di riprodurre artificialmente la natura, tale possibilità apparirebbe plausibile all’“artista” del Novecento. Come nel surrealismo, assisteremmo all’incontro fatale fra gli impulsi più bassi e “automatici” dell’uomo e una coscienza di sé essenzialmente “razionalista”, improntata cioè ad una ragione di tipo strumentale e doxastico, senza aperture nei confronti della trascendenza.

L’altro sarebbe uno gnosticismo “nominalista”, e troverebbe il suo centro di gravità nella rottura, consumatasi secondo George Steiner tra il 1870 e il 1930, del “patto” tra realtà e linguaggio. Tale rottura, costituendo «una delle poche rivoluzioni autentiche dello spirito occidentale», fornirebbe la definizione stessa della modernità (Vere presenze, trad. it. Garzanti, Milano 1992, pp. 95-96). Da allora sarebbe iniziata l’epoca del dopo-parola, di cui la cosiddetta “morte di Dio”, con una formula alquanto abusata, non sarebbe altro che una delle tante articolazioni. Alla progressiva dissoluzione del sistema tonale in musica, corrisponderebbe in poesia l’esperienza di un Mallarmé o di un Rimbaud. La parola “fiore” – afferma Mallarmé – è l’absente de tous bouquets, non si trova in nessun mazzo di fiori: è il sigillo di un’assenza, una tenue sonorità, un segno vuoto. La lingua direbbe se stessa, e nient’altro.

Non è difficile intuire cosa possa accomunare queste due tipologie di “gnosi”: è lo smarrimento dell’idea di realtà, perché «se non si percepisce la realtà del mondo, allora si disgrega l’unità della coscienza universale e, di conseguenza, anche l’unità della persona cosciente di sé. Il punto-istante, che non è nulla, pretende di essere tutto; al posto della legge della libertà regna il capriccio del destino». Questa annotazione di Pavel Florenskij (tratta da Il valore magico della parola, trad. it. Medusa, Milano 2001, p. 95), lascia intravvedere in quale modo una visione “illusionistica” del mondo risulti perfettamente compatibile con una rinnovata visione “gnostica”.

Il pensiero gnostico muove infatti da un dualismo irriducibile, dalla supposizione di una frattura insanabile tra divino e umano, quando non mira ad una loro astratta unificazione. La moralità dello gnostico è improntata così ad un senso di elezione e di ostilità nei confronti del mondo, donde derivano due posizioni solo a un primo sguardo contrarie: quella ascetica e quella libertina.

Il vertice cui si può giungere è al massimo “la pace, non la luce”, come nell’emblematica conclusione del popolare romanzo Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ennesima e non casuale variazione del mito faustiano: una pace fredda, che non scalda il cuore dell’uomo e non trasfigura la terra, dominata dall’infelicità esistenziale e dall’assenza di realtà. Gli artisti e i filosofi che, pur sentendosi “liberi”, contribuiscono alla diffusione di una simile visione del mondo, consapevolmente o meno, agiscono in completo asservimento a un progetto che viene da lontano: bisognerebbe almeno avvertirli.

3. Verso una definizione teoretica

La migliore definizione di “gnosi” che sia stata finora offerta, da un punto di vista teoretico, proviene dalle pagine di un sacerdote romano, Ennio Innocenti, autore estraneo ai grandi circuiti editoriali (pubblica prevalentemente in proprio). Da qualche anno, Innocenti sta lavorando a un progetto ambizioso: una storia universale della “gnosi”, vista come tentazione ricorrente della cultura occidentale (ovviamente da un punto di vista cattolico). L’esplorazione di Innocenti, che reca un titolo già di per sé eloquente (La gnosi spuria), considera il fenomeno nelle sue varie trasformazioni storiche, dalle origini a Hegel. Per il momento [2008] sono usciti tre volumi. Concludo quindi queste note con la definizione di “gnosi” proposta dall’autore al principio dell’opera, lasciandola senza il commento che pur richiederebbe:

«L’Apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma, offre loro il criterio interpretativo della storia universale: essa, innegabilmente, indica una decadenza del valore umano e la causa di tale disgrazia è un difetto d’apprezzamento dell’Infinito (e questo difetto è colpevole perché all’uomo non manca il potere intellettuale del giusto giudizio). Non riconoscendo l’Infinito per quel che è, l’uomo sbaglia anche nella stima di se stesso: da qui discendono tutti gli altri suoi errori. L’Apostolo sottolinea che l’uomo inizia il suo processo conoscitivo (gnosi) dalla sfera sensibile, ma assurge – di lì – fino alla realtà suprema: la sua conoscenza giunge proprio alla infinita perfezione della Divinità (mediatamente, come abbiamo rilevato). Approda, dunque, all’Infinito almeno quanto basta per apprezzarlo come assolutamente trascendente tutte le perfezioni limitate, ma – qui è la colpa da cui derivano tutti i suoi mali – egli non riconosce all’Infinito quel che gli spetta; tentando di diminuire l’Infinito, finisce per annientare se stesso. Il prevalere dell’uomo sul bruto è fondato sulla superiorità della conoscenza di cui l’uomo è capace: egli, infatti, è il solo essere, su questa terra, che si domandi il perché del vivere, cercandolo fin sopra le stelle. Potere immenso, ma non immune da gravi errori.

Nell’interpretare la realtà due soltanto sono i giudizi sull’essere: l’essere, infatti, o è dall’intelligenza umana interpretato come partecipazione, oppure è interpretato come caduta. Sia nel primo che nel secondo giudizio le conseguenze sono di grandissima importanza e tali da influenzare tutto il vivere umano. L’essere è partecipato da una fonte sapiente, libera ed amante: l’Infinito Iddio. Egli, pienezza di coscienza bontà e bellezza, partecipa il suo essere amando gli esseri che crea, ordinandoli in una collaborazione che rispecchia la sua perfezione, cui tutti – e l’uomo consapevolmente e liberamente – tendono. L’essere, invece, cade, primordialmente e necessariamente, da una oscurità inconscia innominabile informe ed indeterminata, e tale caduta, che comporta la degradazione e la differenziazione degli esseri, dev’esser riassorbita nell’unità indifferenziata del tutto. Nella prima interpretazione l’uomo s’innalza per dono divino. Nella seconda, invece, l’uomo s’illude d’erigersi immedesimandosi nel tutto.

Vi sono altre caratteristiche che differenziano inconfondibilmente questi due tipi di gnosi: la prima suppone la irriducibilità fra essere e non essere, Dio e gli esseri creati, lo spirito e la materia, la verità e l’errore, il bene e il male; la seconda no. Inoltre: nella prima ordine, gerarchia, obbedienza sono le direttive che discendono dai presupposti; nella seconda il caos, l’anarchia, l’individuo eslege sono armonici con le premesse. Ancora: la prima progredisce aprendosi al dono e all’influsso divino; la seconda maturando la consapevolezza di sé e della propria fonte (or ora indicata: caduta e degradazione). La prima gnosi la chiamiamo “pura”, la seconda “spuria”. Solo di quest’ultima qui ci occupiamo. Essa è rintracciabile nei documenti scritti di molti popoli fin dall’antichità» (La gnosi spuria, vol. I, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1993: incipit).

Il Martirologio di Andrej Tarkovskij

Andrej Tarkovskij, Martirologio. I diari, trad. it. di N. Mozzato, Edizioni della Meridiana, Firenze 2002. 

Credo che il modo migliore per accostarsi ai diari di Andrej Tarkovskij, resi oggi disponibili al lettore italiano grazie a questa splendida traduzione approntata dalle Edizioni della Meridiana, sia quello di riguardare il film che più di tutti rappresenta il manifesto poetico del grande regista russo: Stalker (1979), liberamente tratto dal romanzo di fantascienza Picnic sul ciglio della strada (1971) dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij.

Il film, com’è noto, racconta di una “Zona” all’interno della quale tutte le normali leggi dell’esistenza sembrano sovvertite, per una causa che rimane sconosciuta. Al centro di questa Zona, che le autorità hanno deciso di proteggere militarmente, pare esservi una stanza, che consente a chiunque la raggiunga la realizzazione dei propri desideri più profondi. Protagonista della storia è uno Stalker, una delle tante guide che da anni, clandestinamente, si assumono il compito di condurre quanti vogliono accedere alla misteriosa stanza. Questa volta lo Stalker ha accettato di accompagnare uno scienziato (chiamato semplicemente il “Professore”) e uno scrittore disilluso (lo “Scrittore”). Lo Scrittore manifesta l’intenzione di raggiungere la stanza per recuperare l’ispirazione perduta, e per stornare la noia di un’esistenza ormai incapace di offrirgli alcun significato. Il Professore obbedisce invece alla propria volontà di capire, di “registrare” il comportamento della Zona.

Il cammino, stando alle indicazioni dello Stalker, obbedisce a regole ferree: la via diretta non è mai la più breve, e non si può passare per due volte su uno stesso percorso. La Zona, che ha tutta l’apparenza di una semplice campagna disabitata, è un organismo in continuo mutamento: ciò che appare sicuro in un punto può diventare impervio e pericoloso in un altro.

Dopo un percorso estenuante, i tre si ritrovano a litigare sulla soglia della meta. Lo Scrittore e il Professore maturano la coscienza della propria imperfezione, e non trovano il coraggio di entrare nella Stanza dei desideri. Il Professore cerca d’innescare una bomba, perché nessuno possa più nutrire facili illusioni su di essa o se ne serva per scopi criminali ed egoistici. Lo Scrittore, dal canto suo, accusa lo Stalker di dispotismo, e si rinchiude nella convinzione che anche le più nobili aspirazioni dell’uomo contengano un fondo di miseria e vanità.

Tra le scene del film, ve n’è una aiuta più di altre a dischiuderne il senso profondo (il frammento è interamente visionabile su You Tube). Vi troviamo rappresentata una visione avuta dallo Stalker durante il percorso di avvicinamento alla Stanza: un suggestivo piano-sequenza parte dal capo del protagonista, adagiato sul bordo dell’acqua, per tornare alla sua mano, attraverso un percorso lungo il quale vengono ripresi una siringa, dei pesci, un’icona di san Giovanni, un’arma da fuoco… Al principio della visione, una voce fuori campo recita il brano dell’Apocalisse di Giovanni che riferisce dell’apertura del sesto sigillo:

«E ci fu un gran terremoto; il sole diventò scuro come un panno da lutto, e la luna diventò color sangue; le stelle dal cielo caddero sulla terra come i fichi cadono dall’albero, quando è scosso da un vento impetuoso; la volta celeste si squarciò e si arrotolò come un foglio di pergamena; tutte le montagne e le isole furono strappate dal loro posto. Allora i re di tutta la terra, i governanti, i comandanti di eserciti, le persone più ricche e potenti, andarono a rifugiarsi nelle caverne e tra le rocce dei monti, insieme a tutti gli altri, schiavi e liberi, e dicevano alle montagne e alle rocce: Cadeteci addosso! E nascondeteci, ché non ci veda Dio, che siede sul Trono, e non ci colpisca il castigo dell’agnello, perché questo è il grande giorno della resa dei conti, e chi mai potrà sopravvivere?» (Ap 6,12-17).

C’è un particolare, all’interno della scena, che mi è sempre parso significativo: l’apparizione di un cane nero, che poi troviamo accucciato accanto allo Stalker. Il cane potrebbe indicare simbolicamente il passaggio da un mondo all’altro (viene in mente il cane nero che accompagna il Faust di Goethe). In seguito, l’animale viene inquadrato nell’atto di custodire dei resti umani, dai quali spunta una piccola pianta, mentre una porta si apre e si chiude lasciando filtrare la luce (un’immagine della resurrezione?). Il prototipo iconografico più immediato è quello che collega il cane a Ermes, nel pantheon greco, o al cinocefalo Anubi, nella mitologia egiziana: entrambe divinità psicopompe, guidatrici delle anime nell’aldilà o foriere di messaggi celesti. Ermes, in particolare, è figura di mediazione, divinità dei crocicchi, di luoghi e situazioni di passaggio: è lui che segna i cammini delle strade e traccia i percorsi marcandoli con cumuli di pietre (le erme). Gli antichi greci, con l’espressione hermaion, indicavano del resto la buona sorte, un tiro fortunato ai dadi, ed è forse per questo che lo Stalker, prima di spostarsi da un punto all’altro della Zona, lancia dei dadi legati ad un nastro. Come per Ermes, anche per lo Stalker sono lo spazio dell’imprevedibile, la mobilità continua e l’esplorazione solitaria a qualificare le modalità della comunicazione col divino.

Ma c’è un altro legame simbolico che andrebbe sottolineato, quello con un personaggio cui la tradizione cristiana ha finito per attribuire molti degli attributi e delle prerogative di Ermes: vale a dire san Cristoforo, spesso rappresentato nelle icone come cinocefalo. È celebre la leggenda che lo vuole traghettatore dei viandanti presso un guado: tra quelli che avrebbe aiutato ad attraversare il fiume, vi sarebbe stato lo stesso Gesù, apparsogli sotto le vesti d’un fanciullo (donde il nome appunto di “Cristo-foro”). Così, verso la fine del film, vedremo lo Stalker proprio sulle rive di un fiume, intento a portare sulle spalle la figlia, il cui capo è avvolto da un panno dorato. La fanciulla è indicata come una “figlia della Zona”: è un essere divino-umano, capace di miracoli, l’unico ad essere chiamato per nome nel corso della storia.

Il film, secondo le parole che lo stesso regista ci consegna oggi nei suoi diari, tratta della «presenza di Dio nell’uomo, e [della] rinuncia alla spiritualità per l’acquisizione di una falsa conoscenza» (A. Tarkovskij, Martirologio, p. 232 [nota del 23 dicembre 1978]). Tarkovskij denuncia l’impotenza spirituale dell’uomo moderno, incapace di “credere”, di oltrepassare se stesso e la propria limitatezza per accedere a un Senso. Il desiderio di Assoluto si incontra con l’eccedenza della gratuità divina, espressa dalla Zona. Ma la realizzazione del desiderio o la rinuncia ad esso, spiega il regista, non possono che nascere dalla libertà che le due parti hanno d’incontrarsi o meno. Ecco perché il compito dell’artista, per Tarkovskij, è paragonabile a quello dello Stalker:

«L’arte […] è, per così dire, l’istinto dell’umanità di non affogare in senso spirituale. Nell’artista si manifesta l’istinto spirituale dell’umanità, e nella sua opera l’aspirazione dell’uomo verso l’eterno, il trascendente, il divino, sovente a dispetto della natura peccaminosa del poeta stesso. Che cos’è l’arte? Essa è innanzitutto una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’amore e il sacrificio» (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo, trad. it. di V. Nadai, Ubulibri, Milano 1988, pp. 198-199).